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GUIDA: Cenni storici - Clavesana nella Resistenza
 
Clavesana, come molti altri paesi della Langa, pagò il suo tributo di lutto e di dolore nella lotta per la libertà e la democrazia dal 1943 al 1945.

Nel territorio del paese operavano le formazioni partigiane autonome di Mauri e già nel '44 un giovane del comune, Giovanni Cravanzola, reduce dalla Russia, moriva in uno scontro contro i nazifascisti chiusi nei capannoni militari presso la stazione ferroviaria di Carrù.

Nell'aprile del '44 i repubblichini (li stanza a Carrù imposero ai comuni vicini di convocare i padri dei giovani di leva allora chiamati alle armi. Una pattuglia al comando del ten. Bini venne a Clavesana, dove l'ufficiale impose un ultimatum ai padri dei giovani: entro quarantotto ore occorreva dimostrare che i figli erano in regola con la chiamata alle armi. Non raggiunse lo scopo: i giovani o erano fuggiti o si erano uniti alle formazioni partigiane. Il comandante appiccò il fuoco a tre case (una delle quali fu quasi distrutta) e fece portare i padri nei capannoni presso la stazione di Carrù quali ostaggi in attesa che i figli si presentassero al comando militare.

Il 5 luglio 1944 un camion di una colonna di nazifascisti di ritorno da Farigliano e da Piozzo, ancora fumanti per gli incendi, si diresse verso Clavesana. Il panico dilagò tra la popolazione che temeva di subire la stessa sorte dei paesi limitrofi. L'automezzo fu però costretto a fermarsi presso il Tanaro che non poteva attraversare perché il ponte era stato fatto saltare dai partigiani. Dall'alto dei vigenti partirono le prime raffiche di mitra alle quali risposero i nazifascisti che comunque dopo poco desistettero e tornarono verso Carrù.

La loro reazione non si fece attendere.
Un mese dopo, il primo agosto, i carri armati tedeschi si mossero in direzione di Clavesana, si avvicinarono al cotonificio, ma il ponte della frazione Madonna della Neve per i Ghigliani saltò minato.

I nazifascisti si vendicarono sparando sulle abitazioni civili. Morirono due uomini (Bracco Bartolomeo e Bono Pietro) e parte dello stabilimento Olcese fu distrutto dalle fiamme che provocarono un danno di circa sessanta milioni.

Dal 12 al 16 novembre del '44 i fascisti condussero un secondo attacco contro il paese.
Manfredi Agostino fu ucciso presso la stazione di Carrù, l'agricoltore Marengo Nicola fu gravemente ferito.
Nella borgata Arnaldi morirono nel rogo delle loro abitazioni Pantero Pio e Madonno Giovanni mentre altre case vennero distrutte dalle fiamme.
Nella frazione Surie venne distrutto il negozio della vedova Bonardi e tre giovani sbandati furono fucilati su margine della strada. Uno di essi si trascinava a stento in cerca di aiuti con la faccia irriconoscibile e nella notte morì in una piccola capanna.
Il ten. Italo (C. V. L.) in pattuglia di servizio fu colpito da raffiche di mitraglia e giacque nel fosso stradale lamentandosi fino alla morte.
Il giovane Bracco Attilio, che aveva avuto l'incarico di portare munizioni alle formazioni partigiane, fu ucciso mentre stava per tornare alla propria casa seguendo un sentiero.
Il bilancio di tre giorni di lotta fu di dieci morti e una dozzina di case incendiate oltre alle razzie che vennero compiute un po' dappertutto.
Poco tempo dopo nel castello dei Curreno di Carrù si installarono le forze del ten. Rizzo.
Non mancarono i bombardamenti con i mortai e razzie da parte dei nazifascisti nella frazione Madonna della Neve.
Le cascine dell'alta Langa, d'altra parte, furono razziate e fatte segno di frequenti sparatorie da Belvedere.
Infine il 3 marzo del '45 vi fu un attacco concentrico contro il paese: i nazifascisti catturarono diciassette partigiani che costrinsero ad atroci supplizi prima di condurli sul luogo dell'esecuzione. A sera, in frazione Sbaranzo, avvenne la fucilazione: per ordine del capitano comandante dei nazifascisti i cadaveri vennero raccolti solo dopo due giorni e trasportati su un carro al camposanto dove vennero tumulati in fosse comuni senza sepoltura religiosa.

Con un decreto del 16 giugno 1959 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi concesse al comune di Clavesana la Medaglia d'Argento al Valor Civile con la seguente motivazione:

"Settembre 1943 - Marzo 1945"

"Con fierissimo contegno, durante diciotto mesi, si opponeva con ogni mezzo all'invasione in armi, subendo la perdita di molti suoi figli migliori e la distruzione di beni ed edifici in una regione completamente occupata dal nemico rappresentava un'isola di libertà tenendo alto il vessillo della patria".




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